Ricordi di Manuelone

Immagini via Canicola

Erano le elementari e io uno dei pochi a non avere la Playstation. Memore della sorte del mio primo Game Boy Pocket, finito nel bidone della spazzatura per mano di mia madre e poi ritrovato miracolosamente in un armadio 12 anni dopo, reprimevo quotidianamente la speranza di poterne ottenere una. I miei genitori, disgraziati esseri privi di scrupoli, erano categorici al riguardo: niente console in casa. E il computer lo si usava giusto giusto per giocarci a Neverhood tutti insieme.
Quindi non mi restava che farmi invitare a casa dell’amichetto Mattia: compagno di giochi, vicino di casa e fortunato possessore di una Playstation modificata. I cd piratati variavano in un po’ di tutto, ma personalmente avevo un vero feticcio per Tomb Raider.
La prima volta che ci provai a giocare al computer ebbi una simil-sincope dalla paura nel veder arrivare i lupi della caverna in Perù: sotto gli occhi increduli dei miei, fui colto da un tremore vivace e persistente, accompagnato da un tic alle palpebre e una primordiale agitazione dettata dalla paura.
Naturalmente il cd finì buttato nel cestino della cucina, azione che mia madre compiva con sadico gusto ogni volta che ne vedeva la necessità.


Comunque sia: la mia unica valvola di sfogo video-ludica trovava forma nell’amichetto Mattia. Ricordo pochi, ma piacevoli, pomeriggi invernali chiusi nella camera dei suoi, davanti a un pesantissimo televisore grigio, a osservare con meraviglia i prodigi della grafica a tre dimensioni.
La mia funzione era sostanzialmente quella di reggere in mano i fogli dei trucchi con cui saltare da un livello all’altro. La velocità di comando dell’amichetto Mattia, combinata alla mia febbrile lettura dei tasti, ci portava spesso al superamento degli intricati snodi narrativi senza l’abbattimento di un solo nemico.
Inutile precisare che lo sforzo dei tentativi non risparmiava nessuno dei due: ne uscivo esausto sia fisicamente che psicologicamente; a metà strada tra l’eccitato e il turbato. Con l’avanzare del pomeriggio osservavo il mio collega di avventure destreggiarsi in sempre più affannate combinazioni di tasti, a volte accompagnate da piccole pause merende o liberatorie passeggiate senza scopo per i livelli del gioco.
Le pause venivano edulcorate da vari chiacchiericci riguardanti i più svariati argomenti: dal cheat scoperto dallo zio di Mattia per Tomb Raider 3 che permetteva di vedere la propria eroina completamente nuda, ai piccoli scambi di idee riguardo la nostra impossibilità di concludere Metal Slug per evidente incapacità tecnica (e le vite limitate).

L’autore che se la ride al Lucca Comics & Games 2016.

Questi pomeriggi di svago finirono, ahimè, il giorno in cui tornai a casa alle sette di sera con occhi dello stesso colore del nucleo terrestre e uno stabile tremolio alle palpebre inferiori. All’ora di cena mia madre mi chiese con sospetto cosa avessimo fatto per tutto il pomeriggio, risposi che avevamo disegnato. Non mi credette. Anzi, insinuò che avevamo giocato alla Playstation e che il tic all’occhio mi sarebbe rimasto per tutta la vita, rendendomi prima o poi strabico. Quella notte, a causa dell’agitazione, faticai particolarmente a prendere sonno.
Il giorno dopo il tic passò.


Lucca Comics & Games 2016: io e l’autore andiamo sulle mura del Baluardo San Donato facendoci largo tra la folla. Aggirando perimetralmente la gente davanti al Palco Music & Cosplay raggiungiamo il lato sinistro di quest’ultimo, poco oltre gli alberi e i cessi chimici. Ci sediamo sull’erbetta delle mura, guardiamo e vediamo Porta Vittorio Emanuele con i caramba esattamente sotto di noi. Ci posizioniamo belli comodi e parliamo di fantascienza e di videogiochi (io ne conosco 3, forse 4; lui mille). Gli passo l’occorrente e fa un carioca a bandiera. Fumiamo. A volte butto un occhio di sotto, poi torno a guardare su, verso il palco circondato da fan di Big Bang Theory e di Cristina D’Avena. Quando finiamo e siamo belli rilassati ci alziamo. Decidiamo di dividerci, lui preferisce la discesa che s’inoltra verso la gente, io la strada per tornare alla Self Area. Ci salutiamo, nella mia testa mi sento perso.
Durante il ritorno mi guardo attorno con preoccupazione e cerco di muovermi il più agilmente possibile tra i turisti.
Nessuno mi ha cercato al cellulare, ma sto comunque in paranoia.

Il giorno dopo ci sono tornato e c’erano questi ragazzi che stavano parlando di Naruto.

*************

Manuelone
Autore: Paolo Cattaneo
Editore: Canicola
Formato: spillato, 24 pagine
Prezzo: € 7.00
Gibbe:  Gambero MichelinGambero MichelinGambero MichelinGambero Michelin
Occhi rossi:  set-of-chef-hatsset-of-chef-hatsset-of-chef-hatsset-of-chef-hats
Gasamento:   pistola_318-64579pistola_318-64579pistola_318-64579pistola_318-64579pistola_318-64579

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