Èpos, di Marco Galli: una recensione egocentrica

Ho notato che, alla fin fine, tutte le recensioni fumettistiche che leggo dicono sempre le stesse cose. La difficoltà sta nel farlo risultando più sagaci e meno ripetitivi dei siti concorrenti.
Io me ne strafotto dei concorrenti. Però per risultare più sagace e meno ripetitivo delle recensioni dei siti concorrenti ho deciso di parlare di me, parlare di me per parlare anche del fumetto che ho letto.
Insomma, una sorta di recensione patologicamente egocentrica.
Sicuramente non sarà l’ultima.

Èpos, di Marco Galli
Progetto Stigma – Eris Edizioni

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Questa immagine non fa parte di Èpos, ma riguarda da vicino il prologo di questa rece.

Lo scorso anno ho pubblicato un’antologia di fantascienza, il cui primo racconto (“L’avvocato che uccise l’Estraneo”) si basava su un’idea abbastanza ispirata: cosa succederebbe se si potesse denunciare qualcuno nei giorni seguenti alla propria morte?
E se un’anziana, appassionata lettrice di un romanzo d’appendice, morisse poco prima della conclusione dell’oggetto letterario a cui aveva dedicato l’intera vita, scoprendo, inoltre, che non aveva potuto leggerne il finale a causa dell’improvviso cambio di serialità, voluto dalla redazione della casa editrice?
La vecchia, concentrata nell’egoistico pensiero per cui tutto le era dovuto, avrebbe sicuramente mosso l’inferno per ottenere vendetta e farla pagare alla casa editrice, poco ma sicuro.
Un mese dopo la pubblicazione dell’antologia mi vidi recapitare una raccomandata da uno studio legale. Avevo esagerato col blog e mi si minacciava di querela.
Dal privato che attacca l’azienda, all’azienda che attacca il privato: i ruoli si erano invertiti, ma il succo rimaneva quello, con l’aggiunta di una sorprendente attinenza tra gli attori in gioco.
La vecchia e io; la fittizia casa editrice del mio racconto di fantascienza e i clienti dello studio legale.
Un testo a cui avevo dedicato tre mesi della mia vita si stava ripresentando nella realtà, sotto forma di una terribile coincidenza, pronta a prendere a calci il mio lato più paranoico.

(Piccola parentesti per contestualizzare il grado di paranoia di cui sono capace: dopo aver letto, durante un’allegra settimana bianca oltralpe, “Se vi pare che questo mondo sia brutto” di Philip K. Dick – una sorta di sintesi della sua Esegesi – ecco, io, come dire, rischiai un pesante esaurimento nervoso aggravato da un sogno premonitore in cui una mia copia mi intimava di non rispondere a qualsiasi messaggio telefonico, per non destabilizzare la proiezione dell’Urgrund sulla realtà primaria. Quella mattina mi svegliai con un sms della mia ex.)

Riprendiamo.
Ma non era finita lì, perché in poco tempo precipitai in un inferno burocratico disumanizzante che tanto assomigliava a quello che avevo descritto con gergo pedante nel terzo episodio della mia antologia: “Madre Burocrazia”.
E fu così che passai alcune settimane incastrato tra ospedali, uffici legali e corridoi dalla luce verdognola e asettica. Telefonate ed e-mail. Appuntamenti e contro appuntamenti. Ansia e stress della miglior specie.
Senza accorgermene nell’immediato, mi ritrovai catapultato negli stessi luoghi del mio quinto racconto, “Matthew voleva morire”; per non parlare della somiglianza tra i dialoghi che avevo immaginato nella mia storiella di fantasia e quelli che ero costretto ad affrontare in quel periodo.
Impiegai poco a comprendere di chi fosse la colpa di tutto quanto, e così, da uno stato catatonico e incredulo per la situazione surreale che stavo vivendo, mi trasformai in un credente pagano dalle paure ancestrali e prive di fondamento.
Osservavo con sospetto la moltitudine di copie invendute della mia autoproduzione, incolpando il me stesso del passato per avermi teso una trappola basata sulla magia della scrittura, una cazzo di trappola magica di merda, ordita da un coglioncello troppo giovane per riflettere sulle conseguenze di un libro pubblicato e letto da almeno una trentina di persone.
Passavo con schizofrenia da uno stato paranoico all’altro, prima facendo un bel respiro, dandomi un buffetto sulla guancia e dicendomi che stavo cedendo a credenze infondate, che anche se avessi scritto una raccolta di ricette culinarie sarei sicuramente riuscito a trovare qualche analogia tra la mia vita e le ricette, che era tutto uno stupido modo per dare alimento alla mia parte più vittimistica e ossessivamente occultistica, e che non potevo perdere la testa solo perché stavo affrontando ciò che una persona normale avrebbe scherzosamente definito “un periodaccio”.

Poi perdendo la testa e riflettendo maniacalmente alla straordinaria somiglianza tra i miei racconti e la vita reale, alla teoria dei sigilli magici di Grant Morrison e sulla capacità di condizionare la propria vita attraverso le opere letterarie.
E si ricominciava tutto da capo, in quello che fu il mio “periodaccio“.

Proprio questo ultimo periodo della mia vita mi è saltato in mente leggendo Èpos di Marco Galli. Un prodotto che sei mesi fa avrei definito inquietantemente carico di energia pop, ricolmo di sigilli narrativi e profeticamente disturbante.
Èpos, l’insieme delle leggende e dei poemi epici di un popolo, è un gioco stratificato, in grado di impressionare il lettore per il legame che lo collega alla vita stessa dell’autore.
Èpos è un incubo notturno, un viaggio i cui viaggiatori non possiedono identità, in cui le persone vengono definite dal loro ruolo attanziale (l’eroina, il cestista, la ronda, l’eroe mascherato…), in cui la successione di eventi scaturisce da un oscuro presagio indefinibile (un colpo di sonno, un incidente stradale, pesci spada sull’asfalto) e in cui impera un’inquietudine di fondo frammentata in diverse tensioni narrative.
Tensioni che minacciano costantemente di esplodere, tensioni dalle reazioni di causa-effetto imprevedibili, tensioni rese ancora più spaventose dall’impossibilità da parte del protagonista (il pubblicitario) di reagirne attivamente, tensioni i cui frammenti si ripercuotono al di fuori delle pagine interne del volume (la quarta di copertina usata come mezzo per comunicare una doppia conclusione del racconto: narrativa e formale).
Èpos è un fumetto dalle svariate identità: un incubo, un racconto pop, un poema epico, ma anche una “pre-veggenza” (come la definisce Marco in una chiacchierata con Akab) di ciò che subirà l’autore pochi mesi dopo.
È un fumetto potente, duro e cattivo, dal protagonista inerme, con cui è genialmente facile immedesimarsi.


Inoltre c’è anche Le incredibili avventure di Brodowski, l’albo per chi ha pre-ordinato Èpos e che contiene il personaggio apparso per la prima volta all’interno della mia antologia di fantascienza, nel racconto “L’ispezione” sempre di Marco Galli (Marco, non ti ringrazierò mai abbastanza per aver partecipato alla mia autoproduzione).
Le incredibili avventure di Brodowski è la sintesi della dinamicità e della potenza evocativa di cui è capace l’autore. Un fumetto di 42 pagine dalla impressionante forza visiva, con uno dei finali più fulminanti che abbia mai letto in un episodio breve. Un finale che lascia a bocca aperta, impreziosito com’è di tragica ironia e scenica meraviglia, e che vale da solo il prezzo del biglietto.

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ÈPOS
Autore: Marco Galli
Editore: Stigma – Eris Edizioni
Formato: brossurato, 130 pagine
Prezzo: € 17.00

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